11500 anni fa…

 

Rosario Vieni

Micenologo  

 

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I.1

Tante e tante volte ancora  la navicella s’è frantumata contro la furia delle “pietre erranti”, ed altrettante volte gli uomini caparbiamente hanno ricominciato a ritessere il filo del loro eterno errare.

Oscure Penelopi del conoscere, animati da una curiosità senza pari, hanno voluto squarciare il velame che  separa la caverna dalla luce violando il codice arcaico dei divieti ma ponendosi nel contempo come unici fattori del divenire.

E non a caso il sommo Poeta fiorentino ha posto sulle labbra di Odìsseo, l’eroe per antonomasia contrapposto a quel Pelide la cui caratteristica era solo la forza, i versi immortali  fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza…”.1

Da una parte la  forza, dall’altra l’ansia del conoscere. Da una parte il vecchio mondo di Atlantide e dei conquistatori Dori, dall’altra la novità introdotta dalla pienezza e dalla dignità dell’universo simbolico degli Elleni.

Pertanto, ci sono le Colonne d’Ercole… e c’è Odìsseo.

C’è il tabù… e c’è l’antico sogno dell’uomo.

Per noi, oggi, l’estremo confine è rappresentato dal cosmo… i nostri progenitori tale limite lo trovarono sull’onda d’ossidiana presso l’estrema barriera di quello che allora era il loro universo sensibile: un mare allora inviolato e inesplicabile.

Per i Greci la prima barriera, geografica e culturale, è il Bosforo. Giasone e gli Argonauti riescono a violare tale limite.

Di poi ecco la Sicilia e l’odissea dei primi navigatori solitari.2

E non a caso il divino poeta Omero (Od., XII, 61) parla di Plagktai; pevtrai.3

E tale espressione, tale epiteto, ci richiama tosto un’altra espressione recenziore: aiJ Sumplhgavde" pevtrai ( Plagktai; Sumplhgavde"). Stesso etimo, stesso senso.

Infine l’estrema parte del Mediterraneo, ad occidente.

 

I.2

Alla fine del periodo glaciale che va sotto il nome di Wurmiano, la parte orientale del Mediterraneo era separata da quella occidentale.

Due enormi bacini, il cui livello era, rispetto ad oggi, assai diverso: più basso di 150/200 metri, all’incirca.

E le terre emerse risultavano essere più vicine tra di loro, più di adesso.

Ma oltre a ciò, il livello del bacino orientale (l’attuale mare Jonio) era più basso di quello occidentale.

Ne è prova la maggiore profondità di tale mare assieme alla conformazione della dorsale sub-marina: l’acqua, quasi, precipitava col flusso delle maree e delle correnti dal bacino occidentale a quello orientale.

Tale fenomeno, nella parte mediana del Mediterraneo, unitamente a quello che taluni definiscono scorrimento delle zolle ma che noi preferiamo invece attribuire all’espansione graduale del nostro pianeta4, fece sì che le coste della Sicilia e della Calabria fossero assai più ravvicinate, ma provocò la comparsa di una vasta piattaforma nella parte meridionale della Sicilia, ed esattamente fra questa e la Tunisia.

 

                                 Mediterraneo antico

 

Fenomeno che finì poi con lo scioglimento dei ghiacciai alla fine del Wurmiano, per l’appunto, e che ridisegnò ulteriormente il profilo delle terre emerse. Non solo qui, ma nell’Egeo (cfr. il mito di Deucalione e Pirra) e financo nel Mar Nero (come dimostrano le ultime ricerche là condotte).

Tutto ciò accadeva all’incirca 11500 anni fa.

Che l’area mediterranea, poi, non fosse nuova a fenomeni del genere lo prova anche il recente ritrovamento di uno scheletro di balenottera preistorica nell’area fra l’Egitto e il Sudan.

 

I.3

Come sopra dicevamo, in età assai antica probabilmente le Colonne d’Ercole erano da identificarsi con aiJ Sumplhgavde" (pevtrai), le “oscure Simplegadi” come le definisce Euripide all’inizio della sua Medea. Dette anche isole Cianee, stavano all’ingresso del Ponto e su quelle era facile  “andare a cozzare” contro.

Come si vede, una immagine ciclica di quell’orizzonte in dilatazione che di volta in volta si ripropone verso spazi sempre più grandi.

Per quanto riguarda il Canale di Sicilia, e comunque tutta la zona a nord e a sud della nostra più grande isola, c’è da ricordare che se a nord di essa esistono diversi vulcani sottomarini il più grande dei quali è il Marsili, a sud ci sono pure focolai importanti del dio Efesto: fra tutti, il caso dell’isola Giulia o Ferdinandea o Graham che di tanto in tanto fa ribollire il canale dimostrando ancora una certa vitalità dopo quel fatidico 1831, fra marzo e agosto, quando diede quasi origine ad un caso diplomatico senza precedenti.

E tutto questo in una zona che corre dalle Egadi all’Etna alle Eolie ai focolai sub-marini del Marsili fino al Vesuvio e alla zona Flegrea. E non a caso qui, nei pressi del lago Averno, i nostri progenitori avevano posto uno degli ingressi per l’Ade.

Ma anche in età antica l’area non fu esente da ricorrenti rivolgimenti tellurici.5

A questo proposito, e in relazione alle devastazioni della natura in tale area geografica, va aggiunto un altro elemento; quello del lago di Pergusa, la cui nascita per collasso tettonico fu di certo osservata dai popoli indigeni della Sicilia antica.

Il fenomeno avvenne nella nostra era geologica, ma in un periodo così lontano da non lasciare traccia documentata se non come mito.6

 

 

Nel Canale di Sicilia, poi, le correnti, hanno accumulato nel volgere dei secoli o dei millenni banchi di sabbia trascinata appunto dalle correnti e dal risucchio delle acque occidentali ad opera della maggiore depressione del bacino dello Jonio.

Il risultato fu, allora, un profilo di costa a tenaglia, con due imboccature pressoché simmetriche, e all’interno un porto naturale (limhvn), come dice lo stesso Platone).7  Un grande porto.

                                                                                             

Immagine 1; variaz. di quella riportata da Vittorio Castellani 8      

                         

                                             

Io cominciai ad occuparmi del fenomeno, sia pure en passant, al tempo dei miei studi universitari a Messina; ormai sono 45 anni addietro. E nella mia vecchia tesi di laurea descrissi brevemente il fenomeno nell’Egeo.

 

                    Egeo

 

Sono lieto di aver trovato, ora, conferma a tale ipotesi anche in questa parte mediana del Mediterraneo.

 

I.4

Ora io non ho la pretesa di affermare che Atlantide si trova “qui” o “lì”.

Anzi sono certo che, in mancanza di dati storici-geologici-archeologici convergenti e innanzitutto in mancanza di reperti, nessuno può ragionevolmente affermare di poter dare una soluzione all’enigma.

Sono però altrettanto certo che le indicazioni fornite da Platone rivelano particolari assai significativi.

Dato geologico e dato storico-linguistico, come si vedrà, qui coincidono.

Né può trattarsi di leggenda, come taluni congetturano, viste le testimonianze che supportano i dati contenuti nei due Dialoghi platonici.

Pare che Platone abbia tratto da fonte di indubbia serietà e competenza le notizie sulla mitica Atlantide9.

Si legge, infatti, in Diogene Laerzio:

“Dicono alcuni, tra cui anche Satiro, che Platone scrisse a Dione in Sicilia di comprargli i tre libri pitagorici di Filolao per cento mine. Dicono infatti che fosse in condizioni agiate per aver ricevuto da Dionisio più di ottanta talenti…”.

Secondo altri, invece, Platone avrebbe ricevuto tali testi per avere ottenuto dal tiranno siracusano la liberazione di un giovane discepolo di Filolao ( Vite dei filosofi, VIII, 85, op.cit.).

C’è poi anche la testimonianza di Aulo Gellio (Noctes Atticae, III, 17, 1-2) in cui si legge:

“Memoriae mandatum est Platonem philosophum tenui admodum pecunia familiari fuisse atque eum tamen tris Philolai Pythagorici libros decem milibus denarium mercatum. Id ei pretium donasse quidam scripserunt amicum eius Dionem Syracosium.”

  

Insomma, il povero Platone10 ricevette i 3 libri sacri dall’altrettanto povero Filolao  pitagorico     (che pare li abbia venduti per bisogno ) per la generosità dell’amico Dione.

E in ogni caso, con tali 3 lettere finisce il silenzio sulla Scuola pitagorica.11

Da questi 3 libri, che a noi non sono pervenuti, avrebbe tratto forse molte delle notizie relative ad Atlantide.

In ogni caso la testimonianza è attendibile e ci rimanda a quel circolo elitario e di finissima cultura che fu quello crotoniate del filosofo di Samo.

 

Ciò attiene al discorso in generale sulle notizie relative alla mitica isola di Atlantide. 

Per quello relativo alla collocazione delle Colonne d’Ercole nel Canale di Sicilia troviamo un rapido passaggio che ci è di conforto in Strabone ( Geogr., III ). Questi, difatti, dice:

I Gaditani rammentano che un oracolo vaticinò, ai Tirii, che avrebbero dovuto fondare una colonia oltre le Colonne d’Ercole”.

Se consideriamo l’ipotesi che la leggenda sia nata originariamente in ambito mediterraneo, fenicio, possiamo anche ipotizzare che l’allusione è alla maggiore fra le colonie fenicie, e cioè a Cartagine la cui fondazione, stando alla cronologia ufficiale, risalirebbe all’VIII sec.a.C. ma che, forse, andrebbe retrodatata.1

Sappiamo bene che la penetrazione fenicia in occidente precedette quella greca, se teniamo per certo quanto ci dice Tucidide a proposito dei Greci in Sicilia (VI, 2, 6), alla cui comparsa i Fenici avrebbero abbandonato la maggior parte dell’isola per rifugiarsi a nord-ovest (e Tucidide allude ad una fase, si badi bene, di frequentazione pre-coloniale).

Insomma, la colonia di Cartagine, nei pressi dell’attuale Tunisi, poteva essere “oltre le Colonne d’Ercole”  solo ponendo queste là dove noi indichiamo: e cioè fra Sicilia e Tunisia.

 

 

I.5

Tutte le considerazioni fin qui fatte si sono originate in un secondo momento. All’inizio della mia indagine, la mia attenzione fu rivolta ad un’attenta rilettura dei due dialoghi platonici; del Timeo e del Crizia.

Il poco spazio concessomi da diversi impegni,  dalla famiglia alla politica alla letteratura, in un arco di tempo che va dall’ottobre del 1999 al gennaio del 2000, lo dedicai all’analisi linguistica del testo. D’altronde non sono un archeologo, e le mie sole competenze  - se ne ho -  sono quelle storico-linguistiche.

Il resto, poi, è venuto da sé.

Solo in un secondo momento difatti, e con il conforto di quanto dice Platone, mi sono addentrato in quella piccola analisi geologica e geografica di cui s’è detto sopra.

 

 

 

I.6

Il sommo filosofo greco (Timeo 24e-25abcd, Crizia, 108e-109a ), in maniera agile e succinta prima, più dettagliata poi (nel Crizia) racconta di Atlantide quanto gli è pervenuto dalla tradizione e dalle fonti.

La narrazione appare evanescente come può esserlo il fantasma di qualcosa che non è più, ma solo in apparenza; a ben guardare, ci sono degli elementi che in maniera indubbia possono esserci di aiuto per dire qualcosa in più e di nuovo su codesta vexata quaestio.

La nostra attenzione, rileggendo Platone, si è appuntata su alcune glosse in particolare:

     meivzwn  -  meivzw

 

     qavlassa  -  pevlago"  -  povnto"

 

     limhvn

 

     Gavdeiron  -  Eu[mhlon

 

Non abbiamo avuto a disposizione una edizione critica, tuttavia l’analisi di tali termini ci ha fornito delle indicazioni di tutto rilievo.

 

Per secoli i commentatori hanno preso per certo che al di là delle Colonne d’Ercole stesse a significare oltre lo Stretto di Gibilterra. Noi, dopo aver riletto attentamente Platone, siamo certi che le cose stanno diversamente; e ne chiariremo il perché.

Cominciamo dal Crizia.

Si fa allusione ad un’età di ben 9000 anni anteriore a quella dell’Autore, e questi dice:

“…isola di Atlantide, la quale, come dicemmo era a quel tempo più grande della Libia e dell'Africa, mentre adesso, sommersa dai terremoti, è una melma insormontabile che impedisce il passo a coloro che navigano da qui per raggiungere il mare aperto, per cui il viaggio non va oltre."13

Ed ecco qui il primo dato linguistico su cui bisogna riflettere.

Platone dice “… h}n  dh;  Libuve"  kai;  !Asiva"  meivzw  nh'son  ou\san  e[famen  ei\naiv  povte...”.

E nel Timeo:

     Polla;  me;n  ou\n  uJmw'n  kai;  megavla  e[rga  th'"  povlew"

     th'/de  gegrammevna  qaumavzetai ,  pavntwn  mh;n  e}n  uJperevcei

     megevqei  kai;  ajreth'/ :  levgei  ga;r  ta;  gegrammevna  o{shn

     hJ  povli"  uJmw'n  e[pauesevn  pote  duvnamin  u{brei  poreuomevnhn

     a{ma  ejpi;  pa'san  Eujrwvphn  kai;  !Asivan ,  e[xwqen  

     oJrmhqei'san  ejk  tou'  !Atlantikou'  pelavgou".

     Tovte  ga;r  poreuvsimon  h\n  to;  ejkei'  pevlago" :  nh'son

     ga;r  pro;  tou'  stovmato"  ei\cen  o}  kalei'te ,  w{"  fate ,

     uJmei'"  @Hraklevou"  sthvla" ,  hJ  de;  nh'so"  a{ma  Libuvh"

     h\n  kai;  !Asiva"  meivzwn ,  ejx  h|"  ejpibato;n  ejpi;  ta;"  a[lla"

     nhvsou"  toi'"  tovte  ejgivgneto  poreuomevnoi" ,  ejk  de; tw'n

     nhvswn  ejpi;  th;n  katantikru;  pa'san  h[peiron  th;n  peri;

     to;n  ajlhqino;n  ejkei'non povnton.       

 

Il  meivzw / meivzwn non sta a significare più grande”, ma semplicemente  più potente, più importante”. D’altra parte basta interpretare Platone con Platone; il quale, a proposito delle dimensioni dell’isola, ci dice che essa misura semplicemente 3000 stadi per 2000 stadi.  Tutto qui.

E non solo questo. Nel Timeo  afferma che  quella potenza  (duvnamin)  invadeva tutta l'Europa e l'Asia.  In pratica ribadisce in maniera speculare, con altro termine più circoscritto, lo stesso medesimo concetto: il fatto cioè che tale isola di Atlantide fosse più potente, più attrezzata, più importante di tutti i regni di quel tempo.

Il significato, del resto, è chiaramente rimarcato da quel  megavla (megavla  e[rga) e dal  megevqei (megevqei  kai;  ajreth'/)  riferiti alla grandezza e al valore della città di Atene. 

D’altra parte il gr. mevga" si deve far risalire alla  radice sscr. MAG/M$G da cui deriva anche mavcomai che vuol dire “combattere”, e questa a sua volta, in maniera agglutinata, ad un men + a[gw che ci chiarisce, se mai ve ne fosse bisogno, che il combattere è attività tipica ed onorevole dell’uomo. Lo stesso Alessandro fu detto “grande” non per la sua statura, ovviamente, ma per le belle imprese che riuscì a compiere. Per cui va ridimensionata l’immagine di un’isola che a tutti appariva enorme e che ha fatto scaturire, nel tempo, le ipotesi più fantasiose.14

V’è poi un dato di un certo interesse: “mentre adesso, sommersa dai terremoti, è una melma insormontabile…”. Già ai tempi di Platone, quindi, era ancora possibile scorgere tracce di quanto era accaduto e di ciò che restava di quell’isola.

Questo è importante, e la lingua del filosofo rispecchia fedelmente, ricostruisce, testimonia, descrive con esattezza, se non l’esatta ubicazione che noi pigri lettori moderni facciamo dei riferimenti contenuti nei testi antichi, almeno la sua collocazione nell’alveo del Mediterraneo, di quel grande pantano su cui s’affacciano come rane sì tanti popoli.

E poi aggiunge: “che impedisce il passo a coloro che navigano da qui per raggiungere il mare aperto (ejpi; to; pa'n pevlago")”.  Meglio sarebbe rendere il  pa'n con in ogni direzione”.

 

Bisogna qui sottolineare intanto che per indicare il mare Platone usa, nei passi su citati, tre termini solo apparentemente simili: uno, generico,  qavlatta; poi  pevlago"  ad indicare il mare aperto; infine  povnto"  per designare un mare delimitato ed atto al piccolo cabotaggio. E non a caso in primo termine, primigenio, è femminile e indicativo dell’umore materno e uterino; l’ultimo maschile in corrispondenza con l’agire dei naviganti ellenici e non che osarono sfidare le acque e le incognite di nuovi viaggi; il secondo neutro perché è e rappresenta il segno della divinità e del mistero insondabile oltre l’orizzonte visibile. Orbene, nel passo in questione Platone parla di mare aperto, segno che si vuole mettere a confronto il mare interno, ad es. l’Egeo o altri mari interni, da cui era possibile con il piccolo cabotaggio raggiungere ogni isola ed ogni terra vicina con un altro mare, ben più vasto e aperto, senza riferimenti visibili immediati, cui alcuni ingenuamente oggi assegnano il nome di  “oceano”.

Traducendo il testo platonico, tutti difatti dicono procedendo dal di fuori dell’Oceano Atlantico (pelavgou")...”. Ovviamente sbagliano.  Platone non ha mai usato il termine “Oceano”.

 

Bisogna subito affermare, a scanso di equivoci, che tale termine “ oceano” è tutto nostro, e che sarebbe errato leggere il passato alla luce dei nostri attuali parametri conoscitivi e simbolici.

 

Continuiamo ad analizzare il testo platonico.

Quindi, procedendo dal di fuori del  pelago atlantico Atlantide invadeva tutta l’Europa e l’Asia.

Allora infatti quel mare era navigabile (segno, questo, che ai tempi di Platone  - o di chi gli ha raccontato la vicenda-  non lo era più), e davanti a quella imboccatura… Eccola finalmente! Proprio davanti a quella imboccatura (le presunte colonne d’Ercole) c’era l’isola di Atlantide. E da quella era possibile raggiungere le altre isole… e dalle isole a tutto il continente opposto che si trovava intorno a quel vero mare (peri; to;n ajliqhno;n ejkei'non povnton).

Ecco la prima segnalatura distintiva. Si tratta di un mare interno, ma per la profondità e la pericolosità appare al filosofo, ed alle genti del tempo, come una mare vero e proprio.

E qui si trovava Atlantide. E’ la prima indicazione sufficientemente circostanziata.

Ma davanti a quella imboccatura significa “al di qua” o “al di là” di tale imboccatura?

 

L’unica possibilità che abbiamo, alla luce delle indicazioni del filosofo, è che le Colonne d’Ercole altro non erano che lo stretto braccio di mare fra la costa sud-orientale della Sicilia e quella della Tunisia. Come sopra anticipavamo. Una ventina appena di km; o forse meno.

 

 

Immagine 2; variaz. di quella riportata da Vittorio Castellani 8

 

Spiridon Marinatos amava credere che Atlantide fosse Santorini. Ma ciò non è testimoniato da Platone, in quanto questi ci dice più avanti che i re dell’isola  governavano le regioni della Libia che sono al di qua dello stretto sino all’Egitto, e l’Europa sino alla Tirrenia”; segno che tale stretto doveva trovarsi a ridosso della Libia, nella sua parte centrale; e poi, tutto sommato, sarebbe stato oltremodo strano che a combattere le genti dell’Ellade fossero popoli che stavano in un territorio a ridosso dell’Ellade.

 

Questo è il passo più significativo di tutta la descrizione. Ma ci ritorneremo.

 

Infatti  -continua-  tutto quanto è compreso nei limiti dell’imboccatura di cui ho parlato appare come un porto caratterizzato da una stretta entrata.”  Anche questo particolare è degno di nota: non si tratta di un semplice  “passo”, uno stretto, o, come vorrebbero tutti, dell’odierno Stretto di Gibilterra, in quanto all’interno di esso appare come un porto (limhvn) caratterizzato da una stretta entrata”. Poi continua: “…quell’altro mare, invece, puoi effettivamente chiamarlo mare e quella terra che interamente lo circonda puoi veramente e giustamente chiamarla continente.

 

Qui già comincia ad apparire l’effettiva localizzazione, se non di Atlantide, almeno dello stretto in questione e delle terre che lo circondano. L’allusione è chiara: ci si riferisce alla zona, indicata dalle cartine 1 e 2, che sta fra la Sicilia e la Tunisia. Abbiamo uno stretto, ed abbiamo un porto naturale; quindi un mare che, se pure interno, è vero mare ed una terra che interamente lo circonda e che si può definire continente. Anzi, le Colonne d’Ercole non sono il punto più vicino fra Sicilia e Tunisia bensì uno stretto budello che doveva esserci all’altezza dell’isola di Malta e che racchiudeva, assieme all’altro, quel porto naturale di cui parla il filosofo.

Ma questi non si ferma qui.

In quest’isola di Atlantide… dinastia regale che dominava tutta l’isola e molte altre isole e parti del continente: inoltre governavano le regioni della Libia che sono al di qua dello stretto sino all’Egitto, e l’Europa sino alla Tirrenia… (pro;" de; touvtoi" e[ti tw'n ejnto;" th/'de Libuve" me;n h\rcon mevcri pro;" Ai[gupton, th'" de; Eujrwvph" mevcri Turrhniva"...) .”

 

Ne vien fuori che, dal punto di vista fisico di un greco che vive nel cuore dell’Ellade, esiste uno “stretto oltre il quale c’è Atlantide e che questa  dominava…le regioni della Libia che sono al di qua di tale stretto; quindi l’antica Libia, ovvero l’Africa del nord, si estendeva al di là e al di qua di tale stretto. Infatti appare ovvio che, se si intendono le colonne d’Ercole per l’attuale Gibilterra, dire “le regioni della Libia che sono al di qua etc…” sarebbe stato tautologico, eccessivo, sovrabbondante, inutile e superfluo; perché si trovano effettivamente al di qua di Gibilterra; né si può affermare che Platone intendesse alludere a quella parte dell’odierno Marocco che sta oltre Gibilterra, in quanto la descrizione è ben delimitata geograficamente: “…al di qua dello stretto fino all’Egitto.”  Ed allora è come se avesse detto: “nella parte centrale sino all’Egitto”. Del resto, se Atlantide era così potente come giustamente dice il filosofo e visto che stava oltre le colonne d’Ercole, come mai avrebbe dovuto estendere la sua dominazione solo al di qua e non anche “al di là” ?

Gli è che egli vuol mettere in evidenza i quadranti su cui tale dominio si estendeva: dalla Tunisia all’Egitto, e dalla fenicia Europa sino alla Tirrenia; e cioè che Atlantide aveva la propria sfera d’influenza sull’attuale Maghre’b orientale (ovviamente per dominare i traffici commerciali che proprio là erano fiorentissimi) e poi sulla parte più ad est del Mediterraneo, e poi su su fino alle zone dell’Asia Minore che non erano state ancora colonizzate dagli Elleni. Questi erano allora relegati a nord di Creta, nell’Egeo, e da qui fino all’Ellesponto.

 

Ma ritorniamo al Crizia.

Qui (108e) si legge: “…erano 9000 anni da quando, come si racconta, scoppiò la guerra tra i popoli che abitavano al di là rispetto alle Colonne d’Ercole e tutti quelli che abitano al di qua; e questa guerra bisogna ora descriverla compiutamente.

Va sottolineato, qui, il  tutti quelli che abitano al di qua ( toi'" ejnto;" pa'sin )” del testo. Qui l’Autore intanto vuol mettere in evidenza come ci fosse stata un’enorme coalizione di tutti i popoli del Mediterraneo orientale, massime gli Elleni, per contrastare coloro che, guidati dagli Atlantidi, volevano conquistare anche quella parte del mondo allora  “visibile”.

In quanto ai  popoli che abitavano al di là rispetto alle Colonne d’Ercole è assurdo pensare, credere, ipotizzare che Platone volesse alludere ad altri.  A chi?, agli Amerindi forse?  Perché non si limita a dire  “gli Atlantidi”, ma “tutti i popoli etc,etc.”; ed allora tale coalizione contro gli Elleni, guidata dagli abitanti di Atlantide, doveva forse essere formata da  "Americani", Cubani, abitanti di Vattelapesca e così via? Certo che no!, e la cosa mi pare fin troppo evidente per spenderci altro tempo.

 

La descrizione dell’isola la troviamo poi più avanti (113c sqq.). Vi si legge che la parte centrale dell’isola di Atlantide, là dov’era la città del maggiore dei 10 re, intanto aveva un diametro di appena 5 stadi, ovvero di poco meno di 1000 mt (essendo la stadio att. di 177,60 mt); che attorno a questa città si fecero correre 5 cinte difensive, tre d’acqua e due di terraferma; che oltre tale cintura v’era una pianura che si estendeva sui due lati per 3000 stadi e per 2000 dall’ultima cinta fino al mare; che vi era abbondanza di fauna, e fra i tanti animali pure l’elefante. Notazione significativa, questa dell’elefante, in quanto sappiamo bene che tale animale (in una sua variante della specie, quella dell’elefante “nano”) ebbe un suo habitat proprio a quella latitudine: in Sicilia.

 

V’è poi un altro riferimento geografico: la parte più importante guardava verso il mare (aperto), mentre sull’altro lato essa guardava verso la regione Gadirica.

Qui bisogna procedere con maggiore attenzione.

I più intendono, per avvalorare l’ipotesi Colonne d’Ercole = Gibilterra, “nei pressi di Cadice”.

Il fatto è che Platone dice molto semplicemente  il fratello (scil. di Atlante) gemello nato dopo di lui, che aveva ricevuto in sorte l’estremità dell’isola verso le colonne d’Ercole, di fronte alla regione oggi chiamata Gadirica (ejpi; to; th'" Gadeirikh'" nu'n cwvra") dal nome di quella località, in greco era Eumelo (Eu[mhlon), mentre nella lingua del luogo Gadiro, il nome che avrebbe appunto fornito la denominazione a questa regione.

Non dice, difatti,  presso e neppure  nelle vicinanze”; dice solamente  verso”; il che significa solo che era rivolta verso quella regione che, per qualche motivo, doveva essere assai nota; ma ciò prescinde dalla nozione di vicinanza, ovviamente.

 

Interessante il nome greco di Gadiro che è, come s’è visto, Eu[mhlon. Esso (cfr. mevla", ma in Hom. (h 104) mhvlopacouleur de coing”)15  ci indica come gli Elleni avevano denominato il fratello di Atlante; inoltre se si analizza l’etimo del nome che apparentemente non è greco, come dice Platone, e cioè Gadiro (Gavdeiron) e quindi quello della regione Gadirica, ci si accorge invece che esso ci richiama pure ad un etimo greco:  abbiamo difatti un  ga' (terra) e un  deirav" / deirhv  (sscr. drsat) (collo, roccia, giogo, catena, collana).

La prima voce è chiaramente dorica, e questo la dice lunga sull’antichità del termine (altrove abbiamo dimostrato come la prima discesa dei Dori debba collocarsi intorno al 16° sec. a.C.)16; la seconda ci richiama alla probabile conformazione del territorio governato da tale Gadiro: “Una striscia di terra o una collana di isole”. Potrebbe essere, questa, una valida ipotesi, anche al fine di localizzare il punto esatto di Atlantide.

Non di certo Cadice.

Ci sarebbe poi, in analogia col nome gr. Eumelo, la possibilità che Gadiro volesse anche significare  dal dorso colore della terra”. Non è la prima volta, difatti, che l’etimo di un termine sia doppio, ambivalente; che racchiuda in sé, cioè, tutta la strana magia della parola.

 

Una collana di isole” ? Il dato è interessante, anche se non ci offre altri spunti per una probabile congettura. Il fatto è che nell’aera del mediterraneo centro-orientale di tali “collane” di isole ce n’è a iosa; dal Dodecaneso alle Cicladi fino alle Eolie.

Certo, la mente corre subito alle Eolie in quanto non solo sono  “una collana di isole”  ma anche perché sono di natura vulcanica eppertanto appaiono scure a causa delle colate laviche.

 

Insomma, tutto concorda a designare la zona da noi indicata come l’unica possibile per identificarvi il sito dell’antica Atlantide. Che poi la fantasia degli uomini e degli scrittori abbia fatto di tale terra un luogo arcano dello spirito e il rifugio ultimo dei sogni, ebbene questa è altra cosa che esula ovviamente dalla ricerca e dall’analisi del testo.

 

A noi basta quanto lo stesso Platone ci dice. E non è poco.

 

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Bibliografia essenziale:

 

Fra le fonti antiche: Omero, Esiodo, Euripide, Teopompo, Diodoro Siculo, Plutarco, Strabone, Plinio, Dionigi di Mitilene, Pomponio Mela, Marcello, Arnobio, Macrobio, Eliano, Claudiano.

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Omero, Odissea, a cura di G. Aurelio Privitera, Mondatori - Fondaz. Valla, 1981.

Wilson, C. (1996). From Atlantis to the Sphinx, Virgin Books, Londra.

 

 


1 E’ il canto dell’Ulisse dantesco, il XXVI dell’Inferno.

 

2 Se i Greci chiamarono  “Esperia”  l’Italia gli è perché lì essi chiudevano la loro rappresentazione del mondo e pertanto a quella longitudine, più o meno, dovevano aver fissato il limite estremo per il loro raggio d’azione e per la loro visione del mondo.

 

3 Nel breve tratto di mare che separa  l’isola di Lipari dall’isoletta di Vulcano, si  potrebbero riconoscere i due scogli, le due    planktai petrai . A questo proposito, ancora una precisazione. L’espressione non significa  pietre erranti  (che noi pure abbiamo utilizzato nell’incipit di questo breve saggio), ma semplicemente  pietre su cui si va a cozzare”. Insomma, non sono gli scogli a muoversi (ché non potrebbero); si tratta solo della sovrapposizione poetica di 2 dense immagini: quella del forte moto ondoso e quella delle navi che senza più governo vanno a schiantarsi su tali rocce.

 

4 cfr. S. Warren Carey, La terra in espansione, ed. Laterza, Bari, 1986.  Analizzato qui in chiave geologica, il fenomeno noi l’abbiamo dedotto da una particolare analisi fisica ed astronomica.

 

5 Diodoro Siculo nel libro III delle sue Storie ( ma prima di lui già Matone)ci dice della scomparsa del lago Tritonis invaso dalle acque marine a causa dì un terremoto che aveva distrutto le sponde prossime al mare. 

6 La memoria s’è conservata nel mito di Kore-Persephone, che venne rapita da Ades mentre stava raccogliendo dei fiori nei prati attorno ad Enna e che fu portata nel regno ktonio attraverso una profonda e spaventosa voragine. Narrato a più riprese da vari autori greci e latini tra i quali Callimaco, Strabone, Ovidio, Diodoro Siculo, Cicerone e soprattutto Claudiano, con il suo "De Raptu Proserpinae", questo mito, fece nell'antichità la ricchezza della città di Enna, elevandola infatti al rango di vera e propria città santa, luogo di pellegrinaggi e di fiorenti mercati e di viaggi di illustri esponenti della koinè ellenistico-romana.

Queste attività, oltre che essere descritte da vari autori antichi ed in particolare da Cicerone nelle sue Verrine, sono testimoniate dagli interessantissimi resti che negli ultimi anni, a partire dal dopoguerra con una prima perlustrazione di superficie condotta dall'illustre studioso Luigi Bernabò Brea e dall'archeofilo ennese, il Barone Potenza, vanno venendo alla luce nell'altura pergusina di Cozzo Matrice, dalla quale peraltro si gode una delle più belle viste dell'intero bacino e nella quale si è ritrovata anche una piccola cavità naturale che evidentemente venne utilizzata dalle popolazioni locali come surrogato dell'ingresso plutonico.

L’antico nome, poi, di Pergo ci richiama ad una origine greco-anatolica del termine.

E’ testimoniata nel gr. pevrgamon  e nel demo att. pergavsh (Stef.Biz.), da cui poi il ted. burg / berg.

La cosa interessante è che lo troviamo testimoniato come pevrgama ( Troiva" ), per cui il cammino del lemma potrebbe essere: Creta (non ancora testimoniato), Troia, Grecia, e quindi Sicilia.

 

7 E la stesura dell’Odissea di certo ricalca un tale schema, di volta in volta adattando il racconto alla espansione dei Greci verso orizzonti sempre più lontani.   Difatti Odìsseo (op.cit., XII) passato, su consiglio di Circe, nei pressi delle rupi eoliane si dirige alla volta della Sicilia:  Qrinakivhn  d! ej"  nh'son  avfixeai... (v. 127; cfr. anche 429).  Ma si tratta veramente della Sicilia?  Ne dubitiamo, visto che ciò sarebbe accaduto dopo il passaggio nel varco fra Scilla e Cariddi. Se veramente Scilla e Cariddi rappresentassero due lembi della costa calabra e messinese, Omero non si sarebbe espresso in tal modo: perché  Odìsseo, in tal caso, avrebbe già toccato la  Sicilia.  E d’altra parte il  limevn  non poteva trovarsi lì, in quello che molti identificano come il porto naturale di Messina (una falce, da cui l’antico nome di Zancle). Non c’era neppure quel  grosso corso d’acqua ,  sthvsamen  ejn  limevni  glafurw'/  ....  a[gc! u{dato"  glukeroi'o  (v.305), di cui dice il Poeta.   

 

8 V. Castellani, Quando il mare sommerse l’Europa, ed. Ananke, Torino, 1999. 

 

9 La notizia sui tre libri di Filolao mi è stata gentilmente rammentata dal caro amico prof. Emilio Spedicato.

 

10 Qui “povero” in senso letterale, se vogliamo dar credito a Isocrate il quale ci dice delle condizioni di indigenza nelle quali versavano gli intellettuali nella democratica Atene che era invece così prodiga nei riguardi degli atleti. Come oggi. Nulla, a quanto pare, è cambiato nel costume dei politici.

11 Fr. 14 A 17 DK (Giamblico, Vita pitagorica, 199). Vedasi anche Diogene Laerzio, VIII, 84-85 (cfr.I Presocratici, Laterza, Bari, 19904, pag. 130).

12 Si tratta forse di mera congettura, nata dal mio grande amore per il poeta latino Virgilio, il quale fa edificare Cartagine durante le peregrinazioni di Enea (altro mito eziografico) dopo la caduta di Troia.

 

13 Platone, Timeo e Crizia, a cura di Enrico V. Maltese, Newton C. ed., Roma, 1997.

14 Ma c’è ancora un altro dato linguistico che conforta tale lettura.  Il termine Atlantide deriva dal greco, ovviamente, e precisamente dalla  Ö  aql-  di   ajqlevw   che significa  combattere, gareggiare;  ragion per cui il termine Atlantide vuole identificare un popolo di guerrieri e/o di gente capace di compiere imprese imponenti. E, presumo, non solo guerresche, vista la descrizione che della città di Atlantide fa Platone.

 

8 V. Castellani, Quando il mare sommerse l’Europa, ed. Ananke, Torino, 1999. 

 

15 P. Chantraine, La formation des noms en grec ancien (p. 258).

 

16 R. Vieni, La lingua dei Micenei, Cz, 1990.

1 E’ il canto dell’Ulisse dantesco, il XXVI dell’Inferno.

 

2 Se i Greci chiamarono  “Esperia”  l’Italia gli è perché lì essi chiudevano la loro rappresentazione del mondo e pertanto a quella longitudine, più o meno, dovevano aver fissato il limite estremo per il loro raggio d’azione e per la loro visione del mondo.

 

3 Nel breve tratto di mare che separa  l’isola di Lipari dall’isoletta di Vulcano, si  potrebbero riconoscere i due scogli, le due    planktai petrai . A questo proposito, ancora una precisazione. L’espressione non significa  pietre erranti  (che noi pure abbiamo utilizzato nell’incipit di questo breve saggio), ma semplicemente  pietre su cui si va a cozzare”. Insomma, non sono gli scogli a muoversi (ché non potrebbero); si tratta solo della sovrapposizione poetica di 2 dense immagini: quella del forte moto ondoso e quella delle navi che senza più governo vanno a schiantarsi su tali rocce.

 

4 cfr. S. Warren Carey, La terra in espansione, ed. Laterza, Bari, 1986.  Analizzato qui in chiave geologica, il fenomeno noi l’abbiamo dedotto da una particolare analisi fisica ed astronomica.

 

5 Diodoro Siculo nel libro III delle sue Storie ( ma prima di lui già Matone)ci dice della scomparsa del lago Tritonis invaso dalle acque marine a causa dì un terremoto che aveva distrutto le sponde prossime al mare. 

6 La memoria s’è conservata nel mito di Kore-Persephone, che venne rapita da Ades mentre stava raccogliendo dei fiori nei prati attorno ad Enna e che fu portata nel regno ktonio attraverso una profonda e spaventosa voragine. Narrato a più riprese da vari autori greci e latini tra i quali Callimaco, Strabone, Ovidio, Diodoro Siculo, Cicerone e soprattutto Claudiano, con il suo "De Raptu Proserpinae", questo mito, fece nell'antichità la ricchezza della città di Enna, elevandola infatti al rango di vera e propria città santa, luogo di pellegrinaggi e di fiorenti mercati e di viaggi di illustri esponenti della koinè ellenistico-romana.

Queste attività, oltre che essere descritte da vari autori antichi ed in particolare da Cicerone nelle sue Verrine, sono testimoniate dagli interessantissimi resti che negli ultimi anni, a partire dal dopoguerra con una prima perlustrazione di superficie condotta dall'illustre studioso Luigi Bernabò Brea e dall'archeofilo ennese, il Barone Potenza, vanno venendo alla luce nell'altura pergusina di Cozzo Matrice, dalla quale peraltro si gode una delle più belle viste dell'intero bacino e nella quale si è ritrovata anche una piccola cavità naturale che evidentemente venne utilizzata dalle popolazioni locali come surrogato dell'ingresso plutonico.

L’antico nome, poi, di Pergo ci richiama ad una origine greco-anatolica del termine.

E’ testimoniata nel gr. pevrgamon  e nel demo att. pergavsh (Stef.Biz.), da cui poi il ted. burg / berg.

La cosa interessante è che lo troviamo testimoniato come pevrgama ( Troiva" ), per cui il cammino del lemma potrebbe essere: Creta (non ancora testimoniato), Troia, Grecia, e quindi Sicilia.

 

7 E la stesura dell’Odissea di certo ricalca un tale schema, di volta in volta adattando il racconto alla espansione dei Greci verso orizzonti sempre più lontani.   Difatti Odìsseo (op.cit., XII) passato, su consiglio di Circe, nei pressi delle rupi eoliane si dirige alla volta della Sicilia:  Qrinakivhn  d! ej"  nh'son  avfixeai... (v. 127; cfr. anche 429).  Ma si tratta veramente della Sicilia?  Ne dubitiamo, visto che ciò sarebbe accaduto dopo il passaggio nel varco fra Scilla e Cariddi. Se veramente Scilla e Cariddi rappresentassero due lembi della costa calabra e messinese, Omero non si sarebbe espresso in tal modo: perché  Odìsseo, in tal caso, avrebbe già toccato la  Sicilia.  E d’altra parte il  limevn  non poteva trovarsi lì, in quello che molti identificano come il porto naturale di Messina (una falce, da cui l’antico nome di Zancle). Non c’era neppure quel  grosso corso d’acqua ,  sthvsamen  ejn  limevni  glafurw'/  ....  a[gc! u{dato"  glukeroi'o  (v.305), di cui dice il Poeta.   

 

8 V. Castellani, Quando il mare sommerse l’Europa, ed. Ananke, Torino, 1999. 

 

9 La notizia sui tre libri di Filolao mi è stata gentilmente rammentata dal caro amico prof. Emilio Spedicato.

 

10 Qui “povero” in senso letterale, se vogliamo dar credito a Isocrate il quale ci dice delle condizioni di indigenza nelle quali versavano gli intellettuali nella democratica Atene che era invece così prodiga nei riguardi degli atleti. Come oggi. Nulla, a quanto pare, è cambiato nel costume dei politici.

11 Fr. 14 A 17 DK (Giamblico, Vita pitagorica, 199). Vedasi anche Diogene Laerzio, VIII, 84-85 (cfr.I Presocratici, Laterza, Bari, 19904, pag. 130).

12 Si tratta forse di mera congettura, nata dal mio grande amore per il poeta latino Virgilio, il quale fa edificare Cartagine durante le peregrinazioni di Enea (altro mito eziografico) dopo la caduta di Troia.

 

13 Platone, Timeo e Crizia, a cura di Enrico V. Maltese, Newton C. ed., Roma, 1997.

14 Ma c’è ancora un altro dato linguistico che conforta tale lettura.  Il termine Atlantide deriva dal greco, ovviamente, e precisamente dalla  Ö  aql-  di   ajqlevw   che significa  combattere, gareggiare;  ragion per cui il termine Atlantide vuole identificare un popolo di guerrieri e/o di gente capace di compiere imprese imponenti. E, presumo, non solo guerresche, vista la descrizione che della città di Atlantide fa Platone.

 

8 V. Castellani, Quando il mare sommerse l’Europa, ed. Ananke, Torino, 1999. 

 

15 P. Chantraine, La formation des noms en grec ancien (p. 258).

 

16 R. Vieni, La lingua dei Micenei, Cz, 1990.

 

Autore: Dr. Rosario Vieni

r.vieni@tin.it

Conferenza: "THE ATLANTIS HYPOTHESIS", Isola di Milos, Grecia 11-13 Luglio 2005

 

Rosario Vieni è nato a Messina nel 1942, vive attualmente a Pistoia. Ha insegnato per 39 anni nei Licei, e nel 92-93 è stato ricercatore all'Università di Siena (su comando). Traduttore dei Lirici greci e di Virgilio, ha pubblicato col CNR un saggio sulla Lingua dei Micenei (90) in cui propone una nuova lettura dei testi in Lineare B e di un libello sul Disco di Festo. Ha partecipato al II Congresso Internazionale di Micenologia (91) come delegato del Presidente del CNR, e nel 98 è stato chiamato a partecipare al III Congresso Internazionale di dialettologia neoellenica e a presiedere alla fase finale dei lavori (Chalimnos/Rodi) (cfr. Atti dell'Università di Atene, 2000). E' stato citato da Harald Haarmann in un testo apparso a Berlino e a New York, e al suo lavoro si fa riferimento sulla rivista dell'Università di Madison nel Wisconsin (del Dipartimento diretto da E.Bennett).

Nel luglio 2005 (11-13 luglio), partecipa a Milos alla Conferenza Internazionale su Atlantide con una relazione che porta il titolo  “11500 years ago…”.

 

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